26.04.2018

Le indicazioni segnaletiche non pagano l'imposta sulla pubblicità

indicazioni segnaletiche

 

I comuni non possono chiederla per i cartelli che servono alle aziende per indirizzare i clienti ai locali commerciali. La Cassazione boccia l’avviso di accertamento dell’imposta comunale sulle affissioni pubblicitarie relativo a sette paline e sette cassetti luminosi riportanti il marchio di una società

Va ko l'imposta sulla pubblicità. I comuni non possono chiederla per i cartelli che servono alle aziende per indirizzare i clienti ai locali commerciali. È il principio stabilito dalla Corte di cassazione con l'ordinanza n. 9490 depositata il 18 aprile 2018, che ha visto uscire vincitrice dal contenzioso una società di autonoleggio, difesa dall'avvocato Giancarlo Cipolla.

La società di autonoleggio ha impugnato un avviso di accertamento dell'imposta comunale sulle affissioni pubblicitarie relativo a sette paline e sette cassetti luminosi riportanti il marchio della società. Paline e cassonetti erano posizionati in corrispondenza di posti auto riservati ai clienti all'interno di un parcheggio interno a un aeroporto. La società ha avuto torto in primo grado, ma la sentenza è stata ribaltata dalla commissione tributaria regionale.

La decisione di appello ha considerato che i segnali erano destinati a indirizzare i clienti della società di autonoleggio, che già avevano concluso il contratto per usufruire il servizio, verso il posto nel quale ritirare il veicolo o riconsegnarlo al termine del noleggio. La società concessionaria della riscossione comunale ha presentato ricorso alla Cassazione, che ha confermato la sentenza di secondo grado.
Vediamo la motivazione, anche per comprendere se la stessa sia estensibile a casi analoghi. La cassazione ha interpretato l'articolo 5 del dlgs n. 507/1993 che stabilisce i presupposti dell'imposizione nella diffusione di messaggi pubblicitari effettuati con comunicazioni visive e acustiche in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

La Corte precisa gli elementi essenziali della imponibilità della comunicazione pubblicitaria nel fatto che la comunicazione stessa è destinata a un numero indeterminato di persone e anche la sua finalità. Lo scopo che determina l'assoggettamento a imposizione è la promozione di beni o servizi e anche il miglioramento dell'immagine del soggetto pubblicizzato. La concessionaria della riscossione riteneva sufficiente una palina riportante il marchio di un'impresa. Con questa impostazione non è d'accordo la Cassazione, che pure dimostra con quanto scritto nell'ordinanza in esame di voler restringere la portata della sua decisione al caso specifico.

Ma accantonato per un attimo questo profilo, soffermiamoci sul principio che si può leggere nel provvedimento della Corte: quando lo scopo di promuovere la domanda di beni e servizi e di pubblicità risulta «recessivo» rispetto a quello di reindirizzare i clienti verso il luogo dell'attività aziendale, allora non si paga l'imposta sulla pubblicità sui supporti che riportano il marchio. Il problema è tutto di valutazione del fatto e cioè di appurare quando prevale lo scopo di facilitare l'accesso ai locali aziendale e quando invece prevale lo scopo pubblicitario.

La pronuncia della cassazione non si dilunga su questo punto.

Peraltro pare proprio che il principio applicato possa ripetersi anche per casi analoghi. Le imprese hanno, quindi, la possibilità e l'interesse a sostenere la prevalenza dell'intento informativo rispetto a quello promozionale. Si pensi, per esempio, a parcheggi di supermercati o di edifici di centri direzionali. Si ritiene, peraltro, che il problema possa essere gestito con ragionevolezza in prima battuta dai comuni, ai quali è demandato il compito di fornire regole di dettaglio per stabilire quando una palina informativa possa sconfinare nel messaggio pubblicitario (per esempio in relazione alla distanza dalla sede aziendale). di Antonio Ciccia Messina (Italia Oggi)

 

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